La battaglia di Lepanto rimane ancora oggi uno scontro navale fra i più epici nella storia militare del Mar Mediterraneo. In questo approfondimento storico ne ripercorriamo la storia dal punto di vista del condottiero Marcantonio II Colonna, principe di Paliano, e del suo luogotenente Pompeo Colonna, duca di Zagarolo. La loro vittoria è rimasta impressa nel tempo, attraverso gli affreschi presenti a Palazzo Rospigliosi.

Articolo redatto da Gabriele Quaranta

Nel palazzo ducale di Zagarolo due affreschi – e forse anche un terzo, frammentario e misterioso, di cui magari parleremo in una prossima occasione – raffigurano la Battaglia di Lepanto, combattuta nelle acque del Golfo di Patrasso il 7 ottobre 1571.  A quattrocentocinquanta anni da quella data (1571-2021), lo scontro navale tra la flotta ottomana e quella della Lega Santa – che riuniva vascelli veneziani, genovesi, spagnoli, pontifici, toscani, sabaudi e maltesi – rimane uno dei più epici nella storia militare del Mediterraneo.

La vittoria cristiana non ebbe immediate conseguenze politiche, ma enorme fu la sua risonanza nell’immaginario occidentale, nella produzione letteraria e in quella artistica, mentre le vicende che ruotano attorno a quella giornata restano di grande interesse per chi osserva il secolare avvicendarsi d’imperi e nazioni nel teatro geopolitico del Mare Nostrum, di recente tornato al centro dell’attenzione internazionale.

Gli affreschi del Palazzo Rospigliosi di Zagarolo

Datati entro il 1573 e attribuiti al pittore emiliano Giovanni Bianchi, detto il Bertone, gli affreschi di Zagarolo si trovano al piano nobile del palazzo, nell’anticamera dell’appartamento ducale. Essi raffigurano due diversi momenti della battaglia – lo schieramento iniziale delle flotte e la mischia tra i vascelli – secondo una scansione temporale già adottata nei più monumentali dipinti realizzati da Giorgio Vasari per la Sala Regia in Vaticano, e poi in seguito ripresa in molte altre raffigurazioni pittoriche dell’evento.

Quando nel 1569 i turchi avevano invaso Cipro, possedimento veneziano d’Oltremare, proprio papa Pio V Ghislieri era stato l’artefice dei difficili accordi che avevano condotto alla stipula della Lega fra le potenze cattoliche e poi alla vittoriosa battaglia contro la flotta ottomana.

affresco della battaglia di lepanto, navi nel mediterraneo della lega santa contro l'armata ottomana
Affresco raffigurante la battaglia di Lepanto, ala est, piano nobile, sala detta della battaglia di Lepanto, Palazzo Rospigliosi, Zagarolo.

Due elementi, a Zagarolo, sottolineano la dimensione anche religiosa dello scontro: il primo è l’angelo con la spada sguainata che, fra le nubi squarciate del cielo, interviene nella mischia tra i vascelli, riprendendo in forme semplificate l’immagine di Cristo e dei santi che Vasari aveva inserito nel proprio affresco, minacciosi e tonanti come divinità classiche nel titanico scontro fra “Bene” e “Male”. L’altro elemento è la collocazione delle due scene di battaglia all’interno di un fregio pittorico popolato da figure allegoriche, che rappresentano le Virtù cardinali e teologali, necessario sostegno di quanti intendevano militare sotto le insegne crociate.

Marcantonio II Colonna e Pompeo Colonna

Ma i blasoni di casa Colonna, posti agli angoli delle pareti e accompagnati dall’emblema familiare della sirena bicaudata, ribadiscono che protagonisti di quell’impresa e “strumenti della Divina Provvidenza erano stati anche i membri della nobile famiglia, a cominciare dal principe di Paliano Marcantonio II che, in qualità di generale di Santa Chiesa, aveva comandato la squadra navale pontificia e aveva affiancato come luogotenente il generale della Lega, don Giovanni d’Austria.

Un ruolo non secondario, tuttavia, era stato svolto anche dal duca di Zagarolo, Pompeo Colonna, che di Marcantonio II era il fidato braccio destro e aveva agito come emissario del cugino e del pontefice stesso durante tutta la complessa vicenda, con compiti ora diplomatici ora militari.

dettaglio affresco battaglia di lepanto, marcantonio e pompeo colonna sulla nave
Dettaglio dell’affresco raffigurante la battaglia di Lepanto, ala est, piano nobile, sala detta della battaglia di Lepanto, Palazzo Rospigliosi, Zagarolo. Foto di Sandro Vallerotonda.

Per Pompeo, la vittoria di Lepanto rappresentò anche una definitiva riabilitazione agli occhi della Chiesa e dell’aristocrazia romana, dopo una serie di fosche vicende che ne avevano macchiato la giovinezza, a cominciare dall’assassinio della suocera, la colta Livia Colonna, consumato sotto i suoi stessi occhi nel 1554 e di cui era stato il mandante. Scomunicato e sfuggito per un soffio al patibolo, solo dieci anni più tardi, nel 1565, era rientrato nelle grazie papali, a seguito dei buoni uffici del fratello Marcantonio I, fresco di nomina cardinalizia, ma soprattutto della riuscita del soccorso portato ai cavalieri di Malta, assediati dai turchi, in occasione del quale Pio IV Medici lo aveva messo al comando di sei compagnie di fanti pontifici.

Quando nel 1570 si tornò a guerreggiare con gli ottomani, Pompeo fu di nuovo in prima linea. Fallita la prima spedizione per l’attendismo di spagnoli e genovesi, mentre le tempeste autunnali travolgevano la flotta, toccò a lui il gravoso compito di spiegare il disastro davanti al pontefice che però lo apprezzava e gli conferì l’altrettanto ingrato compito di un’ambasceria presso Filippo II di Spagna.

Nell’estate del 1571 una nuova, possente flotta di 206 galee e 6 galeazze riunita dalle potenze cattoliche si mosse verso lo Ionio, in cerca dell’armata ottomana. Agli ordini di Marcantonio II, anche Pompeo era imbarcato sulla Capitana pontificia, mentre Prospero, fratello cadetto del duca, dapprima inviato a reclutare soldati nel Meridione, ebbe un comando di fanti veneziani e con essi s’imbarcò su una galea della Serenissima.

Il 7 ottobre le due armate si scontrarono poco lontano da Lepanto: meno numerosa, ma meglio armata, la flotta della Lega ebbe ragione di quella ottomana, che perse due terzi delle navi e 30.000 uomini fra caduti e feriti. All’indomani, Pompeo venne inviato da Marcantonio II a Roma, per recare al papa la notizia ufficiale della vittoria: dopo aver avuto l’onere di giustificare il fallimento della prima spedizione, il duca di Zagarolo ebbe così l’onore di poter annunciare il trionfo sul nemico.

Al ritorno dell’armata, Pio V volle che Marcantonio II e i suoi celebrassero in Roma un vero e proprio trionfo all’antica, una parata da Porta San Sebastiano al Campidoglio, passando dall’Arco di Costantino e dal Colosseo, attraverso il Foro.

parata trionfo nella battaglia di lepanto, marcia dei colonna
Stampa raffigurante la parata in Trionfo di Marcantonio II e Pompeo Colonna a Roma, in onore della vittoria nella battaglia di Lepanto.

La decisione del pontefice mise in imbarazzo i Colonna che, politicamente legati alla Spagna, non volevano alimentare contrasti né con don Giovanni d’Austria né soprattutto con Filippo II, mentre l’aristocrazia romana – che aveva partecipato in massa all’impresa – mal sopportava l’eccessivo onore tributato ai propri pari. Come che sia, il trionfo venne celebrato il 4 dicembre 1571: nel cuore del corteo, Pompeo Colonna precedeva a cavallo Marcantonio II, in compagnia dei due nipoti del papa e di Onorato Caetani, capo delle fanterie pontificie. 

Mentre Marcantonio II faceva raffigurare il trionfo ad affresco nella fortezza di Paliano e nel castello di Avezzano, i Colonna di Zagarolo commissionarono nel loro palazzo ducale il ciclo con le scene della battaglia navale, che esalta le virtù cristiane della famiglia e ne legge l’azione militare come vero e proprio strumento nelle mani della Divina Provvidenza: dopo secoli di lotte con il papato, le armi dei Colonna si erano infine messe al servizio della Chiesa e avevano contribuito a respingere oltremare la minaccia ottomana.

Un’epigrafe ancor oggi conservata nel convento zagarolese di Santa Maria delle Grazie, attesta anche che i Colonna offrirono in dono alla Vergine, di cui erano devoti e sotto la cui protezione il papa stesso aveva messo la flotta cristiana, l’aquila d’argento che decorava la prua della Capitana pontificia. 

La preziosa polena è andata in seguito perduta: ma questa è un’altra storia, di cui forse un giorno riannoderemo le fila.


Bibliografia:

  • Barbero 2012 = Alessandro Barbero, Lepanto. La battaglia dei tre imperi, Bari 2012.
  • Conforti 2012 = Claudia Conforti, Giorgio Vasari al servizio di Pio V: affermazione artistica o ostaggio diplomatico?, in L’immagine del rigore: committenza artistica di e per Pio V a Roma e in Lombardia, a cura di L. Giordano, G. Angelini, Pavia 2012, pp. 79-99.
  • Masetti Zannini 1973 = Gian Ludovico Masetti Zannini, Livia Colonna tra storia e lettere (1522-1554), in Studi offerti a Giovanni Incisa della Rocchetta, Roma 1973 (Miscellanea della Società Romana di Storia Patria, XXIII), pp. 293-321.
  • Moretti 2018 = Massimo Moretti, Il “vessillo di Sua Santità” lo stendardo di Lepanto nell’iconografia e nella letteratura, in Gaeta medievale e la sua cattedrale, a cura di M. D’Onofrio, M. Gianandrea, Roma 2018, pp. 483-500.
  • Negro 1990 = Angela Negro, Committenza e produzione artistica nel Ducato di Zagarolo dai Ludovisi ai Rospigliosi, in L’Arte per i papi e i principi nella Campagna Romana. Grande pittura del ‘600 e del ‘700, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Venezia, 8 marzo – 13 maggio 1990), Roma 1990, vol. II, pp. 201-239.
  • Nicolai 2009 = Fausto Nicolai, Pittura di storia e nascita di un mito: il Trionfo di Marcantonio Colonna nella fortezza di Paliano, in Arte e committenza nel Lazio nell’età di Cesare Baronio, atti del convegno internazionale di studi (Frosinone-Sora, 16-18 maggio 2007), a cura di P. Tosini, Roma 2009, pp. 267-292.
  • Petrucci 1982 = Francesco Petrucci, s.v. Colonna, Pompeo, in DBI, vol. 27, Roma 1982.
  • Zysberg, Burlet 1995 = André Zysberg, René Burlet, Venezia. La Serenissima e il mare, Milano-Parigi 1995.

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